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La Parola

La Parola

In questa sezione si riporta il commento

al Vangelo della domenica

curato per gli amici

da Marcello Amico

 

La messe è molta

Gesù percorreva i villaggi insegnando (Mc 6, 7; Lc 8, 1)

Queste parole riassumono l’operosità spiegata da Gesù in Galilea fino alla seconda Pasqua del suo ministero pubblico; si trasferiva da regione a regione e da borgata a borgata, predicando in pubblico e in privato, nelle sinagoghe e nelle case, confermando le sue predicazioni con miracoli, e le folle accorrevano attratte dall’efficacia dei suoi insegnamenti e più dai benefici che ricavava dai suoi miracoli; operosità molto intensa di cui probabilmente la primitiva catechesi della Chiesa raccontava episodi più numerosi dei pochi trasmessi sino a noi.

Fra i suoi abituali e devoti cooperatori c’erano dodici Apostoli da lui scelti e anche altri discepoli legati da particolare affetto.

La parola apòstolos, corrispondente all’ebraico shalu’h, significava chi nella vita civile era inviato per trattare un matrimonio o comunicare una decisione giudiziaria; nella vita religiosa apostoli erano stati i profeti; anche il Sinedrio aveva i suoi inviati per fare pervenire le sue notificazioni alle varie comunità (cfr At 9, 1-2; 28, 21).

Ma gli Apostoli istituiti da Gesù erano ben più che semplici inviati; costituivano una precisa istituzione permanente, portatori materiali e spirituali della buona novella.

Il loro numero aveva un’evidente analogia con i dodici figli di Israele, da cui erano discese le dodici tribù destinate a formare il popolo prediletto da Dio, e ora diventava un memoriale dell’era passata e una testimonianza per l’era futura; assai spesso nel NT essi sono indicati come i Dodici.

L’elenco dei dodici è dato quattro volte (Mt 10, 2-4; Mc 3, 16-19; Lc 6, 14-16; At 1, 13) e non concorda in tutto riguardo alla serie con cui vengono nominati: Simone detto Pietro, Andrea suo fratello, Giacomo figlio di Zebedeo, Giovanni suo fratello; Filippo, Bartolomeo, Tommaso, Matteo il pubblicano; Giacomo figlio di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananeo, Giuda Iscariota il traditore sostituito poi da Mattia.

Quanto alla condizione sociale e al grado culturale i Dodici si potrebbero ravvicinare al piccolo commerciante o al basso impiegato di oggi.

I loro caratteri personali variano naturalmente da individuo a individuo, dall’impetuoso Pietro ai due figli del tuono e allo sfiduciato Tommaso (cfr Gv 11, 16; 14, 5; 20, 25).

Quando si misero  a seguire Gesù erano certamente accesi da vivo affetto e da entusiasmo, ma intimamente erano rimasti uomini come tutti gli altri e in complesso rappresentavano più o meno l’umanità intera.

Questi sono i Dodici che Gesù sceglie tra i suoi discepoli (Lc 6, 13) e invia a portare il suo messaggio di salvezza.

Gesù vedendo le folle s’impietosì per esse, perché erano disfatti e abbattuti come pecore senza pastore; e disse: La messe è molta, ma gli operai pochi; pregate dunque il signore della messe perché invii operai nella sua messe (Mt 9, 36)

Allora chiamò i Dodici e cominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi (Mc 6, 7)

e di curare le malattie (Lc 9, 1)

La malattia era vista come un segno del regno di satana e del peccato; parlare di demoni e spiriti impuri   significava parlare di malati nel corpo e nella mente; l’autorità di guarire allora è un segno della vittoria su satana e rappresenta il messaggio di salvezza.

A dimostrare la verità del loro annunzio, essi in forza dell’autorità ricevuta dovevano curare infermi, mondare lebbrosi, scacciare demoni e perfino risuscitare morti; Gesù passava ai Dodici la sua stessa missione con lo stesso scopo e con gli stessi metodi: totale noncuranza degli argomenti politici, dei mezzi finanziari e delle preoccupazioni economiche.

E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone, né pane né sacca né denaro nella cintura, ma di calzare sandali e di non portare due tuniche (Mc 6, 8)

Gli annunziatori dovevano andare in giro a due a due sia per assistenza che per sorveglianza reciproca, e dovevano rivolgersi anzitutto alle pecore sbandate del popolo d’Israele.

I viandanti si servivano solitamente dell’asino, classico mezzo di trasporto in Oriente; alla partenza si provvedevano di cibarie, di monete riposte nella cintura o nel turbante, di una seconda tunica utile per cambiarsi, di solidi calzari, di un nodoso bastone, di una bisaccia ove mettere altre minute provviste o acquisti fatti lungo il viaggio; la bisaccia era importante soprattutto per coloro che andavano in giro per questue religiose (una antica iscrizione greca ricorda che un certo Lucio di Aqraba, questuando a nome della dea sira Atargate, riportava a casa da ogni suo viaggio settanta bisacce ricolme).

Ebbene la mancanza di tutti questi ammennicoli doveva distinguere gli inviati da Gesù.

Non procuratevi oro né argento né spiccioli di rame nelle vostre cinture, non bisaccia da viaggio né due tuniche né calzari  né bastone (Mt 10, 9-10)

Nemmeno dell’alloggio dovevano preoccuparsi: Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andate

Giunti che fossero ad un villaggio, si informassero di qualche famiglia degna e di buona fama, che potesse accoglierli, e rimanessero nella sua casa senza più cambiare; il caravanserraglio non era luogo adatto per chi si doveva occupare di affari spirituali e in nessun modo di negozi politici o commerciali.

Loro, come più tardi altri settantadue discepoli inviati, non dovevano nemmeno perdere tempo in chiacchiere inutili: e non salutate nessuno lungo la strada (Lc 10, 4)

In Oriente il saluto fra viandanti poteva prolungarsi per ore parlando di tutto un po’; loro dovevano fare a meno di siffatti convenevoli perché maiora premunt.

Se poi in qualche villaggio non li avessero accolti, dovevano allontanarsi senza rimostranze ma attestando  che la responsabilità ricadeva su quella gente: se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi accoglieranno, andandovene scuotete la polvere da sotto i vostri piedi a testimonianza per loro (Mc 6, 11)

Ricevute queste istruzioni, agli inizi dell’anno 29 i Dodici partirono per la loro missione, che dovette durare poche settimane.

Il risultato non ci viene comunicato; è detto solo che predicando la conversione, scacciavano molti demoni, ungevano con olio molti malati e li guarivano (Mc 6, 13)

L’unzione d’olio aveva allora notevole importanza come medicamento usuale, ma qui il contesto mostra le guarigioni come segni miracolosi; più tardi questa unzione diverrà nella Chiesa un rito particolare e stabile (cfr Gc 5, 14-15)

Questa missione fu il primo tirocinio per gli Apostoli; dei successi e insuccessi poterono parlarne ancora col Maestro (cfr Mc 6, 30); più tardi dopo la Pentecoste essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore operava con loro e confermava la parola con i prodigi che l’accompagnavano (Mc 16, 20)

 Di Andrea, Matteo, Bartolomeo, Tommaso, Simone lo Zelota, Giuda Taddeo, Filippo e Mattia non si sa più nulla; di essi ci rimangono soltanto racconti leggendari, già respinti dalla Chiesa nel V e VI secolo, e giudicati inattendibili dalla critica moderna; si parla di Andrea martire a Patrasso nell’anno 60, di Matteo martire in Etiopia, di Tommaso predicatore in India, di Bartolomeo scuoiato vivo in Georgia, di Giuda e Simone morti per la fede in Persia. Sono racconti ricchi di vicende straordinarie che cercano di trasferire sugli apostoli l’aureola di potenza propria delle divinità pagane, e forse cercano di spiegare fatti reali e incomprensibili, cioè come avessero potuto costituirsi comunità cristiane isolate in luoghi remoti dell’Impero e anche fuori dai suoi confini.

Degli altri Apostolisi parla sparsamente negli Atti di Luca, nelle Lettere di Paolo e nell’Apocalisse di Giovanni; e da alcuni documenti ulteriori di riconosciuta autorità si ricavano altri elementi.

Giacomo il Maggiore, figlio di Zebedeo e fratello di Giovanni l’Evangelista, fu il primo apostolo martire; la sua vicenda si intreccia con la grande politica. Erode Agrippa, nipote di Erode il Grande, era stato allevato a Roma, diventando però una sorta di teppista di lusso;tra i suoi compagni di baldoria ebbe Caligola, che nel 37 successe a Tiberio; da lui ottenne la Palestina settentrionale e dal successore Claudio poi ebbe il resto. Detestato a Gerusalemme per la sua fama, si mise in caccia di popolarità atteggiandosi a re nazionale e cercando di incantare l’alto ceto politico religioso; per fare cosa gradita al Sinedrio, preoccupato per la diffusione della nuova fede che minacciava l’integrità spirituale della nazione in patria e nella Diaspora, Erode prese a perseguitare i cristiani e nel 42 fece decapitare Giacomo.

La stessa sorte doveva toccare a Pietro, che fu arrestato poco dopo, ma evase in circostanze straordinarie e abbandonò Gerusalemme; sembra che abbia predicato a Corinto, nel Ponto, Galazia, Cappadocia e in Bitinia;è incerto quando sia venuto a Roma, e se una o più volte; a Roma egli morì martire tra il 65 e il 67, vittima illustre delle stragi neroniane.

Secoli di discussioni hanno impegnato gli studiosi circa l’ubicazione della tomba di Pietro, finché nel 1941 scavando le Grotte Vaticane, furono scoperte senza ombra di dubbio i resti di quel sepolcro per il quale l’imperatore Costantino intraprese lavori arditissimi per farne il centro di una grande basilica.

Giovanni l’evangelista, tenne con sé la madre di Gesù e per vari anni rimase a Gerusalemme; predicò con Pietro e finì con lui in prigione; poi condusse una campagna missionaria in Samaria e fu presente al Concilio di Gerusalemme;più tardi compare già vecchio in Asia Minore, e si parla di un suo soggiorno a Efeso e di una relegazione nell’isoletta egea di Patmos, dove scrisse l’Apocalisse verso l’anno 95;morto Domiziano, ritornò a Efeso, dove morì quasi centenario.

Giacomo il Minore operò a Gerusalemme per circa trent’anni, guida stimatissima di quella Chiesa. Lo storico Giuseppe Flavio suo contemporaneo racconta che nel 61-62, morto il procuratore Porcio Festo e prima che si insediasse Albino, il sommo sacerdote Hanan radunò il Sinedrio e vi fece comparire il fratello di Gesù chiamato Giacomo e alcuni altri, colpevoli di aver violato la legge, e li fece lapidare. (Antichità giudaiche)

Gesù non ha lasciato risonanza alcuna nei ceti alti della società contemporanea e il mondo sembra contemplare da trionfatore la sua agonia.

Eppure egli risorge e avvince tra le braccia della sua Chiesa il mondo intero; dopo duemila anni attorno a quel segno di contraddizione moltitudini di uomini si mettono alla sequela fino all’estremo sacrificio e altre moltitudini lo respingono.

Alle volte appaiono schiere che agitano vessilli copiati da quel segno, innalzano grida intonate ai precetti di Gesù e simulano fratellanze e altruismi interessati; ma l’insidia non regge a lungo e la simulazione finisce per tradire la diversità di voce e di accento.

Gesù è più vivo che mai fra gli uomini di oggi; tutti hanno bisogno di lui per amarlo o per bestemmiarlo.

Egli è segno di contraddizione anche come fatto storico: Gesù non può essere vero perché è soprannaturale; bisogna ridurre razionalmente la sua figura a proporzioni naturali spogliandola del miracoloso; questo è il programma di tutta la critica razionalista e l’ultima parola che essa riesce a dare è di un Gesù storico evanescente e inafferrabile, somigliante in pratica a un Gesù mitico.

È la millenaria lotta fra Gesù e il mondo; la tattica è vecchia: cancellarlo.

Dopo i Farisei mille altre volte Gesù è stato sigillato nella tomba e sono stati  posti a fare la guardia lo Stato o la Religione,  la Filosofia o la Scienza, la Democrazia o l’Aristocrazia,  il Proletariato o la Nazione.

Trattandosi della stessa tattica è motivo di credere che lo stesso avverrà al Gesù rimesso in croce: risorgerà.

E la lotta attorno al segno di contraddizione  continuerà  fino a che i figli dell’uomo sono su questo mondo.

La storia dei cristiani è la storia di un messaggio annunciato da uomini nella storia tormentata degli uomini, un messaggio continuamente testimoniato e tradito che ha bisogno sempre di essere rinnovato e fedelmente incarnato; ma è anche la storia della salvezza, la storia di Dio che libera il suo popolo dalla schiavitù del male, la storia di un popolo in cammino verso una meta.

La Chiesa è il segno di questo popolo in cammino.

La Chiesa nel suo governo è criticata per la sua politica; una millenaria realpolitik spesso disincantata e fredda, piena di errori e peccati sociali, che va giudicata anche severamente con strumenti storici, non con strumenti ideologici.

Nel corso dei secoli il rapporto della Chiesa col potere politico ha subito molte variazioni a seconda dei tempi, dei diversi e mutevoli rapporti di forza, con notevoli spostamenti di accenti e significati.

Storicamente e teologicamente la potestas circa temporalia della Chiesa per molti secoli si è giustificata in base al presupposto che la salvezza dell’anima in Dio è la vocazione suprema per ogni essere umano, che solo la Chiesa cattolica è dispensatrice di salvezza (extra Ecclesiam nulla salus) e che la via cristiana alla salvezza comporta l’impegno dei cristiani a trasformare il mondo. La potestas corrigendi della Chiesa aveva così ragione di indirizzarsi con particolare forza nei confronti dei governanti, anch’essi membri della Chiesa, il cui peccato nei negotia mundi per l’elevatezza della funzione e per l’entità delle ripercussioni era da considerare più grave di quello dei sudditi.

Il tempo muta ogni cosa, ma pur nella nebbia che copre ai nostri occhi i moventi, la realtà di ogni tempo offre sempre materiale per una verifica della diagnosi di Machiavelli: Abbiamo dunque con la Chiesa e con i preti noi italiani questo primo obbligo: di essere diventati senza religione e cattivi; ma ne abbiamo ancora uno maggiore, il quale è la seconda cagione delle rovina nostra: questo è che la Chiesa ha tenuto e tiene questa provincia divisa.

Il lungo cammino giunge ai nostri giorni e la Chiesa entra in rapporto e dialogo col mondo moderno, proponendosi come mater et magistra non solo per il mondo cattolico; il Concilio Vaticano II, nella prospettiva provvidenziale dell’unione escatologica di tutte le genti, costituisce l’apertura fiduciosa verso i segni del tempo.

Ogni uomo percorre un breve tratto del lungo cammino e con la libertà di cui è capace lo determina; un cammino spesso oscuro e tortuoso, un cammino ambiguo che colma ingiustizie e altre ne genera; ma l’uomo che custodisce la fede intravede la luce che dall’alto attraversa la storia e nonostante tutto la conduce verso il suo compimento, che è il Regno di Dio.

La messe è molta e il cristiano in forza del battesimo ricevuto è chiamato a portare la buona novella  a tutti, a cominciare dai più devoti, proponendosi come testimone credibile.

Il Vangelo non presenta una maniera estrema di vivere; il Vangelo offre uno stile di vita che non sia determinato e condizionato dal denaro e dal benessere, ma dal progetto di alleviare la sofferenza, dalla lotta contro coloro che fanno violenza, dal rispetto per la dignità di tutti, dall’impegno di rendere felici coloro che ci circondano.

Gesù con le proibizioni che impone ai suoi discepoli non presenta un progetto stravagante, ma un progetto di umanità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La vite vera

Il solo Giovanni, conforme alle sue predilezioni e quasi in compenso per non aver riferito l’istituzione dell’Eucarestia, riferisce i colloqui di Gesù con i suoi più intimi dopo l’ultima cena. (Gv 14; 15; 16; 17)

Non è possibile riassumere né letterariamente né concettualmente questi discorsi, talmente traboccano di amore, quasi ultimo fiore di fuoco sbocciato sul sommo vertice della vita; e Giovanni custodisce questo inestimabile tesoro per meditarlo e trasmetterlo a noi .

Alzatevi, andiamo via di qui

Dopo che Giuda era uscito, Gesù si intrattiene ancora a conversare in calda intimità; infatti l’uscita dal cenacolo è segnalata più tardi a colloquio finito. (Gv 18, 1)

Come suole avvenire  in occasione di distacchi supremi, Gesù indugia ancora e seguita a parlare ai suoi diletti figlioli (teknìa)

Io sono la vite vera e il Padre mio l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto lo toglie e ogni tralcio che porta frutto lo purifica perché porti più frutto. Voi siete già puri per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può dare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci; chi rimane in me e io in lui, costui porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Se uno non rimane in me sarà gettato via come un sarmento e si seccherà, lo raccoglieranno in fasci, lo getteranno nel fuoco e brucerà; se invece rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, domandate ciò che volete e vi sarà dato. In ciò è glorificato il Padre mio, che portiate molto frutto e siate miei discepoli.

Nella cultura d’Israele la vite era immagine del popolo d’Israele e della cura che ha il Signore per esso (Is 5; Ez 15; Gr 2,21); la vite è l’unica pianta dei campi col cui legno non si può fare niente, è utile solo a nutrire i tralci perché producano frutti.

Ebbene Gesù dichiara di essere la vera vite, il vero popolo piantato dal Signore.

Gesù è la vite, dove scorre la linfa vitale; il Padre è l’agricoltore. che la coltiva perché porti frutto.

Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie.

Nella comunità cristiana c’è un amore che viene comunicato dal Padre e questo amore si deve trasformare in amore agli altri; ci può essere il rischio che una persona assorba la linfa vitale e non trasformi l’amore che riceve in amore per gli altri; costui è un elemento passivo e, non gli altri né Gesù, ma il Padre lo toglie, perché è un tralcio inutile.

e lo purifica perché porti più frutto

L’evangelista adopra il termine kataìrei che significa purifica, non pota come spesso viene tradotto.

Il Padre ha a cuore che il tralcio porti più frutto, sa individuare i difetti e provvede a eliminarli.

L’uomo si realizza non quando pensa a se stesso, alla propria perfezione spirituale, che può essere tanto illusoria e lontana quanto grande è la propria ambizione; l’uomo deve centrarsi sul dono totale di sé.

Ognuno di noi ha dei limiti; se il Padre vede che sono di impedimento al portare più frutto, penserà lui ad eliminarli; noi potremmo toccare i fili portanti della nostra struttura e fare dei danni irreparabili; l’unica preoccupazione del tralcio è portare frutto, tutti gli impedimenti a frutti abbondanti ci penserà il Padre, non gli altri tralci e neanche la vite; questo dà serenità.

Voi siete già puri a causa della parola che vi ho annunziato

La parola di Gesù è un dono che si fa servizio; ciò che purifica l’uomo non è il fatto di avere lavati i piedi, ma la sua disponibilità di lavare a sua volta i piedi agli altri.

Secondo la concezione dell’epoca Dio era nella sfera della santità, della purezza e soltanto chi era puro poteva entrare pienamente in contatto con lui; ebbene l’amore che si traduce in servizio è la garanzia di essere in pieno contatto con il Signore.

Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me

Gesù si congeda dai suoi amici più intimi con una raccomandazione che è anche un imperativo: Rimanete in me.

Il termine meìnate non si riferisce al restare uniti con Gesù per mezzo della grazia divina, tale cosa non stava né poteva stare nella mente di quegli uomini; quello che Gesù chiede ai discepoli è che si mantengano saldi e siano coerenti con quello che hanno appreso e vissuto insieme a lui, solo così potranno produrre i frutti che si attendono da loro nella vita.

Gesù nel tempo in cui è vissuto insieme ai suoi discepoli non ha dato norme o redatto una costituzione, e neanche ha messo su un’azienda; è andato diritto al cuore di quello che è l’elemento determinante nella vita: è vissuto in maniera da cambiare la mentalità ed il cuore di quegli uomini; così ha contagiato loro di una mistica, che ha segnato la loro spiritualità.

Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui porta molto frutto

Gesù torna di nuovo a insistere che l’amore da lui ricevuto si trasformi in amore per gli altri, altrimenti si è inutili.

In questo processo dinamico di fusione, Dio chiede soltanto di essere accolto nella vita del credente per dilatarne l’esistenza; più il dono agli altri è grande, più la risposta di Dio sarà illimitata; si ha quello che si è donato.

Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e inaridisce

Chi ricevendo questo amore non lo comunica agli altri, inaridisce (Ez 37, 5)

Chiedete quello che volete e vi sarà dato

 Ecco la garanzia di Gesù, che purtroppo noi abbiamo ridimensionato, perché dimentichiamo due condizioni:

se rimanete in me, cioè se l’amore da lui ricevuto si trasforma in amore comunicato agli altri

se le mie parole rimangono in voi, cioè se le sue parole indirizzano la vita.

A questo punto, quando la vita dell’uomo si fonde con quella di Dio fino a diventare una sola cosa, l’unica cosa che resta da chiedere sarà il dono dello Spirito, una capacità ancora più grande di amare, perché al resto

ci pensa il Padre, che precede sempre le necessità dei suoi figli. Questo dà tanta sicurezza.

In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli

Non con opere straordinarie e magnificenze gloriose, l’unico modo di rivelare la gloria di Dio è manifestare nella nostra vita un amore e una misericordia che gli assomiglia.